Una finestra (a sbarre) sui diritti dei detenuti

Il 31 gennaio la proiezione organizzata dal nostro Movimento di “Sulla mia pelle”, film-documentario sul caso Stefano Cucchi, è stata l’occasione per una riflessione sui diritti degli imputati e degli arrestati e la situazione del sistema penitenziario del nostro Paese. Tra la teoria – sancita nella Comunità Europea dal Programma di Stoccolma recepito anche dal nostro Paese – e la realtà resta una profonda discordanza. Come testimoniato nell’incontro dall’avvocato Simone Pozzi, che esercita tutti i giorni la sua professione come penalista ed esperto in diritto carcerario, l’Italia ha ancora una lunga strada da percorrere per arrivare ad una tutela dei diritti dei cittadini nella fase che va dall’arresto  all’udienza davanti al giudice di convalida, ovvero nelle primissime ore in cui si è privati – a torto o a ragione – della libertà.

Stefano Cucchi , come ormai sembra accertato, è morto in seguito alle violenze subite proprio nelle prime ore successive al suo arresto da parte dei Carabinieri. Il problema sollevato dalla vicenda è purtroppo l’omertà che permea tutto il sistema: dalle coperture dei vertici, fino ai sanitari che hanno prestato a Cucchi le cure , per arrivare al giudice e anche allo stesso imputato che, per paura di ulteriori ritorsioni durante la sua detenzione, non denuncia le violenze subite.

Cosa possiamo fare noi società civile per vincere la battaglia? Sicuramente occuparcene, parlarne e appoggiare le associazioni ed i movimenti che si battono tutti i giorni per la tutela dei diritti nelle carceri. Occuparcene nelle scuole, formare le forze dell’ordine al rispetto del loro ruolo, tenere alta la guardia su tutti gli episodi di violenza e non solo su quelli che hanno l’epilogo più tragico, diffondere la conoscenza della normative sui diritti.

Ad esempio, la Direttiva Europea 2012/13 ha imposto agli stati dell’UE di consegnare a tutti gli arrestati una lettera con l’elenco dei loro diritti: diritto all’avvocato, diritto all’interprete, diritto al gratuito patrocinio, diritto a contattare una persona terza, diritto ad accedere al fascicolo, diritto al silenzio … Ma da una recente ricerca dell’Associazione Antigone, che dal 1991 si occupa di questi temi, è emerso che solo il 62% degli intervistati ne aveva ricevuto una copia. I meno garantiti, come spesso accade, sono gli stranieri: solo il 57% ha dichiarato di averla ricevuta; gli italiani che non l’avevano ricevuta rappresentavano invece “solo” il 21%.

Le carceri italiane continuano ad essere sovraffollate: nel 2018 i detenuti erano oltre 60.000, a fronte di una capienza di  circa 50.500 posti (non tutti agibili). Nelle carceri lombarde il tasso ufficiale di sovraffollamento è del 137%, ma a Como si supera il 200% e ci sono casi in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3 mq di cella a testa.

Non è casuale che il numero dei suicidi dietro le sbarre sia molto aumentato: 63 casi nel 2018, il numero più alto dal 2011. Ed anche in questo l’Italia è maglia nera in Europa.

Costruire nuovi istituti di pena è nel programma di governo, ma i costi molto elevati ( per un nuovo carcere da 250 posti servono 25 milioni di euro) allontanano la soluzione del problema, che invece potrebbe essere subito alleggerito investendo in misure alternative alla detenzione, soprattutto per i reati minori. La riforma dell’ordinamento penitenziario, avviata dallo scorso governo Gentiloni, avrebbe proprio dovuto andare in questa direzione. Ma col nuovo governo il progetto ha subito una pesante battuta d’arresto. Nel frattempo l’associazione Antigone ha promosso una proposta di legge per prevenire i suicidi, articolata in tre punti: maggiore accesso alle telefonate, maggiore possibilità di passare momenti con i propri famigliari, la diminuzione dell’utilizzo dell’isolamento. Per un approfondimento: http://www.antigone.it/quattordicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/

a cura di Lucia Lanzanova

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